martedì 9 agosto 2011

L’insulto colto, letterario o storico.

 

Questa forma d’insulto è ormai molto rara. È basata quasi sempre su fatti storici comprovati, su allusioni letterarie o su situazioni geopolitiche che assumono l’aspetto di catacresi, (come i riferimenti ai turchi, russi, inglesi, in locuzioni del tipo “fumer comme un turc”, “boire comme un moujik”, “filer à l’anglaise”), su aspetti religiosi o su pseudo conoscenze scientifiche.
Abbondantemente praticato in Francia nei secoli passati, come possiamo rilevarlo dalla lettura di opere teatrali o di romanzi, l’arte dell’insulto è stato lo specchio di una lingua varia, fiorita, e molto pepata. Dote tanto più coltivata in quanto si prestava facilmente alla controbattuta e permetteva agli antagonisti di sfogare i propri umori ed esaltare la propria cultura. In ogni caso, ancor oggi, l’arguzia e l’ironia sono le caratteristiche dominanti dell’insulto letterario. Non sempre la parola chiave dell’insulto letterario risulta altisonante, anzi la finezza sta spesso nell’usare lemmi apparentemente banali ma particolarmente allusivi.
Partendo da lemmi semplici ma proverbialmente noti per la loro polivalenza o i loro valori contraddittori in alcune locuzioni correnti, come coq (gallo) in faire le coq (fare il don Giovanni / essere coccolato) o lézard (lucertola) in faire le lézard (impigrire / andare piano), è possibile creare una frase a doppio senso che sia, nello stesso tempo, rimprovero ironico e ammonimento. Così, partendo dall’osservazione banale della mamma, esasperata dalla pigrizia del figlio, che sbotta: “Arrête de faire le lézard, viens m’aider”, possiamo arrivare ad un insulto ironico appena velato. Infatti l’immagine apre su spazi più piccanti quando una moglie dice malinconicamente al proprio marito “Quand tu auras fini de faire le lézard, tu t’occuperas de la salamandre”. Grazie all’abbinamento lézard/salamandre che unisce animale e fuoco (altro lemma ambiguo!), il rimprovero e l’umorismo diventano insulto spiritoso e ammonimento ai quali è difficile rispondere. Con queste parole, la signora intende dire al marito che dovrebbe adempiere più spesso ai doveri coniugali. Il sottinteso, feu = amour, che risale al XVII secolo, considerato banale e noioso, assume qui un impatto ironico se si pensa che il lemma sottinteso feu viene usato per indicare il fondoschiena di una bella ragazza che lo ostenta camminando in maniera provocante7, gli ardori sensuali di una donna matura8 o l’erotismo ostentato di una prostituta 9. Per ritornare al nostro esempio, l’opposizione dei sostantivi lézard/salamandre, crea una allusione ironica letteraria non immediatamente percepibile a causa della banalità della parola chiave ma che risale a Francesco I (del quale è nota la foga amorosa) il quale aveva scelto per emblema la salamandra 10. L’interlocutore può rimanere perplesso ma che delizia quando s’intravede lo sguardo malizioso di chi ha capito.
In altre occasioni l’umorismo può risultare più ostentato e più pedante perché richiede una doppia decodifica: dire ad un uomo “espèce de flaccus”, ricorrendo al soprannome del poeta Orazio, può sembrare ermetico11: viene accettato con perplessità da chi non ne conosce la nomea di viltà ma è più colorito del banale “vil personnage!” o “mollasson” e suona molto meno offensivo di insulti come lécheur, carpette, boujouteur oppure lèche-cul. Nessuno di questi lemmi più comuni è carico dell’impatto semantico pregnante e intrigante contenuto nella locuzione colta.
In un contesto linguistico modestamente colto, ammonire chi osa “abélarder”12 può suonare misterioso se non si conosce la punizione riservata al noto teologo del XII secolo. Il saggio che rifiuta espressioni triviali per affermare che non si lascerà importunare più a lungo può gettare nella conversazione “Je ne me laisserai pas abélarder plus longtemps!” sicuro di creare un profondo silenzio durante il quale tutti i presenti avranno da riflettere. L’alterazione del riferimento culturale rende più intenso il valore satirico del fatto realmente avvenuto mediante l’apparente dissimulazione della sua vera natura storicamente comprovata. Ed è senz’altro più efficace di “je ne me laisserai pas casser les c’ plus longtemps” senz’altro più evidente ma di minor impatto.
Altrove, l’ironia “colta” contenuta nell’insulto può ricorrere ad un’iperbole o alla semplice enfasi, più o meno lessicalizzati. Nel caso di allusione geopolitica, parlare dell’aspetto trasandato di una signora, dopo una notte un pò agitata o dopo un gran dispiacere, può rivelarsi delicato e l’ironista che si rivolgesse ad essa esclamando « C’est la berezina, Marquise, ce matin ! »13 : rischierebbe di incorrere nel suo odio perenne qualora ricordasse l’entità del disastro.
Talvolta basta il contrasto tra parola colta desueta e parola popolare per creare l’effetto di sorpresa. Infatti, dire oggi ad una persona che è un faquin (XVI° s. servo) non rispecchia la superbia e lo spirito di classe che animava chi pronunciava la parola nei secoli passati; oggi, viene rivolto ad un farabutto, una canaglia14 ma mai da solo. L’insulto è tanto più ironico quanto è meno segnalato e quindi rischia l’incomprensibilità se l’ingiuria colta non è inserita tra tante altre popolari che sottolineano l’ignoranza dell’interlocutore.
In un altro caso, pur conoscendo vagamente il senso della parola chiave dell’insulto (Hercule), molti si stupiscono sentendo la locuzione « avoir l’hercule » che troviamo nell’apostrofo seguente : « J’en connais qui ont l’hercule ! » usato per deridere chi sfoggia (reale o meno) la sua forza fisica e per segnalargli il rischio di « prendre une culotte » (essere amazzato) o di « ramasser une tunique » (essere ferito in modo tale da tentare il suicidio) alludendo all’episodio del centauro ucciso da Ercole.
L’ironia può manifestarsi nell’accostamento di vari livelli allusivi : se una donna della « buona società » si sente attribuire la qualifica di « Hétaïre » ossia «cortigiana di lusso», potrebbe rispondere con un « ne fais pas ton Saint Joseph » dove il Joseph in questione si inserisce nella duplice area semantica (religiosa) di persona generosa e pudica, (matrimoniale) di marito tollerante e/o cornuto ma può anche riferirsi à Joseph Putiphar e ricoprire l’area semantica di totale imbecillità.
L’insulto scientifico non suona molto ironico perché si limita spesso all’enfatizzazione o ad una caricatura di conoscenze scientifiche. Così, se qualcuno ci dice “tu me tapes sur les nerfs”, è possibile annuire aggiungendo con aria compassionevole “tu as raison, j’oubliais que tu es un névropathe”, dove i sostantivi italiani corrispondenti (neurolabile o/e neuropatico) possono essere intesi come malato reale ma anche come deficiente e la “feinte énonciative” diventa il fattore di un’ironia ostentata come tale. In un altro caso, se qualcuno propina un racconto aberrante, non è raro sentire una risposta del tipo “c’est de la parano” abbreviativo di paranoia senza nulla di ironico ma semplice espressione di esasperazione. Il mondo scientifico non è produttore di ironia.

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